ELEZIONI 2013
Le elezioni 2013 hanno portato alla ribalta il Mov. 5 Stelle come movimento politico antisistema, oltre ad un aumento dell’astensionismo. Il resoconto uscito dalle urne è la ingovernabilità ed esprime il malessere generalizzato dell’elettorato italiano verso la casta politica e affaristica clericale e borghese che ha dominato gli ultimi vent’anni la scena politica del nostro paese. In mancanza di un vero partito comunista organizzato contro il sistema di corruzione capitalistico, lo sgangherato movimento populistico diretto da Beppe Grillo ha saputo fare da collettore delle proteste di tutti quei cittadini, sia essi membri della piccola borghesia nazionale, sia giovani disoccupati e della classe proletaria che, più di ogni altro, stanno subendo i colpi della crisi e su cui si è abbattuta in questi ultimi anni la macelleria sociale del capitalismo e dell’alta borghesia finanziaria. Diamo ora uno sguardo ai risultati fatti dal compagno Stefano e, a seguire, 2 articoli che cercano di analizzare il fenomeno dei grillino sotto punti di vista differenti e a volte non sempre coincidenti, ma che crediamo siano utili per capire cosa sta succedendo nel nostro martoriato paese.
I risultati
Si sono svolte, nel fine settimana
appena trascorso, le elezioni per il rinnovo della composizione del Parlamento
borghese: occorre essere soddisfatti per l'esito finale.
Innanzi tutto i votanti sono stati il 75,2 per cento, ben il sei per cento in
meno rispetto al 2008: questo sta a significare che cresce l'area del rifiuto
di questo sistema, e che l'astensionismo si conferma nettamente il primo
partito.
Infatti, se è vero che il Partito (sedicente) Democratico prende il 27,43 per
cento, occorre abbassare questa percentuale calcolandola sui votanti effettivi:
in questo modo si ottiene che ha preso solo il 20,60 per cento.
Il secondo dato, il più importante, è la definitiva scomparsa della falsa
sinistra; unita nella lista Rivoluzione Civile, nella quale hanno trovato posto
anche i questurini dipietristi, raccoglie il 2,24 per cento alla Camera dei
Deputati e l'1,79 per cento al Senato della Repubblica: per rientrare nelle
aule parlamentari, sarebbe occorso circa il doppio dei consensi.
La terza considerazione riguarda la composizione del Parlamento borghese.
Al Senato della Repubblica, i 301 seggi già assegnati sono così suddivisi:
Partito (sedicente) Democratico (conquista 105 seggi), Popolo della Libertà
(98), Movimento Cinque Stelle (54), Con Monti per l'Italia (18), Lega Nord
(17), Sinistra Ecologia e Libertà (7), Il Megafono-Lista Crocetta (1), Grande
Sud (1).
Alla Camera dei Deputati, 617 i seggi assegnati, questa è la composizione:
Partito (sedicente) Democratico (292), Movimento Cinque Stelle (108), Popolo
della Libertà (97), Sinistra Ecologia e Libertà (37), Scelta Civica con Monti
per l'Italia (37), Lega Nord (17), Fratelli d'Italia (9), Unione dei
Democratici Cristiani e di Centro (8), Centro Democratico (6), Partito Popolare
Sud Tirolese (5).
In base a questi dati, la bella notizia è che Futuro e Libertà per l'Italia -
il movimento di Gianfranco Fini - sparisce, mentre sono bocciate sia la Destra di Francesco Storace sia Fratelli d'Italia (almeno al Senato).
A questo proposito, mi sia consentita una divagazione del tutto personale:
voglio esprimere la mia più viva e vibrante soddisfazione per la cacciata di
quella brutta figura che risponde al nome di Guido Crosetto.
Infine, poche parole sulle formazioni che ancora presentano i simboli del
lavoro nel proprio simbolo.
Il Partito Comunista dei Lavoratori - l'unico a presentarsi quasi ovunque -
ottiene lo 0,26 per cento alla Camera (89.970 voti) e lo 0,37 per cento al
Senato (113.936); in pratica dimezza il suo patrimonio, in quanto nelle
precedenti elezioni legislative aveva ottenuto, in termini di consensi, rispettivamente:
lo 0,57 per cento (208.296 consensi) e lo 0,55 per cento (180.442).
Il Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista - presente solo al Senato in
Campania - ottiene lo 0,36 per cento a livello regionale (9.603 voti, pari allo
0,03 per cento a livello nazionale), realizzando un significativo avanzamento
rispetto alle scorse legislative, quando ottenne 8.094 consensi, pari allo 0,02
per cento.
Infine il Partito d'Alternativa Comunista: questa formazione, che si presentava
soltanto in Puglia, ottiene lo 0,01 per cento (5.159 voti) alla Camera e lo
0,01 per cento al Senato (5.176); la percentuale alla Camera resta invariata -
al Senato nel 2008 non si presentò - ma in numeri assoluti triplica i voti, che
nel 2008 furono 1.993.
Genova, 26 febbraio 2013
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Genova
http://pennatagliente.wordpress.com
Intervista utile al dibattito su Grillo
Quest'intervista a cura di Roberto Ciccarelli, che
ringraziamo, è apparsa su «Il
manifesto», alcuni giorni dopo il successo elettorale del “Movimento 5 Stelle”
di Beppe Grillo. Più chiari e diretti di così non riusciamo a essere, è la
sintesi di tutto quel che
pensiamo del M5S e della sua relazione con la crisi/assenza dei movimenti. Non
abbiamo il
tempo e le energie per tradurla in altre lingue, se ci sono volontari, si
facciano avanti senza
remore.
Quella di Grillo è una strategia diversiva.
Serve a spingere l´«indignazione», tanto celebrata
nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze
italiane. Più la crisi
diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un
comodo format,
quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo
giacobino contro la
«casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori
autori di Q, (come
Luther Blissett), 54 e Altai, il “Movimento 5 Stelle” ha inquadrato le energie
potenziali di una rivolta contro l´austerità in una gabbia discorsiva che fa la
parodia del conflitto politico, lasciandolo
amministrare da «un´organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro i l radicalismo
pentastellato «amministra la mancanza di
movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un
articolo sul sito di
Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l´influente blog dei Wu Ming,
interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l´ultimo
decennio, da Genova alle
campagne sui beni comuni.
Voi dite che Grillo non è un incendiario, ma un pompiere, perché pratica
la sistematica
occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l´acqua bene comune, la scuola e
l´università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di
«destra». Potete spiegare che
cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti
altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava,
il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio
letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di
vedere cosa si
agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita
tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa - o almeno una concausa
importante - dell´assenza di
movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze
delle lotte territoriali,
soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c´è lotta «civica» su cui il M5S
non abbia messo il
cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e
parole d´ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista
e classicamente «né-né», cioè che si
presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula
sempre più
contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni,
retorica della
democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav
che fanno
disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l´etica col non
avere condanne
giudiziarie. Quest´ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal
palco Grillo
accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché
anche lui
aveva «condanne». Già tutto questo puzza fortemente di cultura di destra, ma a
essere destrorso è
innanzitutto il racconto dell´Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C´è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi,
niente interessi
contrapposti) e c´è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per
risolvere i
problemi dell´Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non
prenderanno «decisioni di
destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In
questo, la retorica del
grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono
tecniche, non
politiche. E´ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le
contraddizioni, non tocca le
cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di
sinistra e attivisti
dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i
movimenti non hanno saputo
trovare vie d´uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d´anni fa, non
c´è stato un lavoro
riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato
senso comune. Grillo
personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che
dobbiamo interrogarci. Il
fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti
dei precedenti cicli di
lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c´è altro» è comprensibile, non è con
loro che ce
l´abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c´è
altro» sia una
conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene
sovrapposta la faccia di
Grillo, è inevitabile avere l´impressione che si muova solo lui. Va spezzato
l´incantesimo e, allo
stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in
Val Susa a manifestare
contro la Tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della
valle. E questo si
potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa
scelta di organicità
ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l´appoggio a un
movimento che non teme di
ricorrere all´illegalità e ha praticato anche l´uso della forza, con una
concezione di «onestà» che
si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che
l´attivismo frenetico
e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per
non affrontare
davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono
affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un
vecchio vizio del
movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po´... «flower
power». Ma cosa
s´intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente
in due: cosa si
intende per «reddito»? E´ un sussidio di disoccupazione? E´ il salario minimo?
Sono mille euro a
testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e
tagliando tutti gli
stipendi pubblici? Certamente l´ultraliberista Casaleggio spinge per la
seconda ipotesi, ma son
tutti d´accordo? Inoltre, cosa s´intende per «cittadinanza»? E´ il principio
universalistico nato dalla
Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È lo ius
soli o lo ius
sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola
con i miei, è incluso o
no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e
da Grillo in
persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe
erogato secondo
criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di
M5S e la base. Ma di quale
base stiamo parlando, visto che in M5S c´è il precario e la partita Iva, ma
anche il piccolo
imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S»
noi intendiamo
l´auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va
confuso con un
discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi
fascisti e gente che
fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c´è anche quel tizio del
M5S Pontedera che ha
diramato un comunicato razzista raccapricciante, c´è quel grillino sardo che
ha paragonato il
matrimonio gay all´accoppiamento con animali... La «base» non è «buona», anche
questo
sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del
«Popolo» contro la
«Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci
auguriamo
spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le
battaglie specifiche a
mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono
procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l´offerta di «governare» per non «finire
come in Grecia?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come “Prosperare
sul caos” di
Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l´immagine del M5S come
«grande
scompigliatore», anche in una fase come questa, dove qualche decisione
concreta andrà pur
presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e
qualcuno). In ogni caso,
qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare
occultate a lungo.
--- from : jure ellero glry@ngi.it>
Articoli che parlano diversamente di Grillo.
Cosa vuol dire fare politica, cosa e come comunicare, a chi comunicare?
Erri De Luca dice che il salotto
televisivo è aristocratico e la piazza è
luogo di democrazia. "Per lo scrittore Grillo fa bene a sottrarsi alla TV.
E' un mezzo scaduto per fare politica, è segno di pigrizia mentale sedersi
su una sedia per rispondere a giornalisti selezionati”.
Per Carlo Freccero la protesta che viaggia in rete per sua natura non va in
tv. "Per l'esperto dei media Grillo è il megafono della confusione unica
di
internet che si contrappone al pensiero unico delle emittenti giornalistiche
e dei grandi giornali”.
Bosetti è più sottile: “È vero che la democrazia postmoderna tende a
trasformare gli elettori in audience, in pubblico su cui lavora il marketing
politico, dominato largamente dalla tv (e chi lo nega in Italia si rende
ridicolo e va guardato con sospetto), ma la trasformazione ha dei limiti
obiettivi: la interazione diretta e reale sul suolo pubblico si prende le
sue rivincite”.
Ma Sciortino fa fare al Mov 5 Stelle un salto di qualità, che però non pensiamo
sia del tutto genuino. Vediamo cosa scrive Raffaele Sciortino, nel suo articolo dal
titolo“Grillo in Valsusa”.
Grillo in Valsusa
di Raffaele Sciortino
Difficile dire se la piazza
stracolma di Susa, giovedì scorso, sia stato più
un appuntamento di massa del movimento NoTav o una delle numerose e
partecipate tappe del giro elettorale di Beppe Grillo. Certo, a differenza
delle altre, questa è stata un incontro tra due realtà, diciamo così, ben
note l'una all'altra. Nessun "andiamo a vedere" cosa offre -nella
desolazione generale di questa tornata elettorale- il comico, da parte di
individui isolati che in piazza scoprono poi con gioia di non essere proprio
pochi e anzi di nutrire una passione forse condivisibile. Ma anche ben
consapevole, Grillo, di rivolgersi a un soggetto collettivo, eterogeneo e
collettivo, al quale il M5S deve molto della sua spinta ideale, molto del
suo attuale se puede.
Nulla di nuovo, dunque? Non proprio. Grillo ha chiesto alla piazza NoTav di
ascoltarlo questa volta su di una proposta sua e di affrontare insieme -con
il peso che il movimento ha saputo acquisire in questi anni- un passaggio
politico a scala nazionale. Più che i singoli elementi di un programma
ancora poco lineare, importa il cuore della proposta grillina: farsi
comunità di cittadini per sbaraccare chi si sta letteralmente mangiando e
svendendo il paese. Un discorso dunque di "potere".
In termini di mobilitazione prevalentemente elettorale, certo, ma almeno per
ora senza compromessi. Senza le mani in pasta nel "sistema", quello
oramai
strettamente intrecciato dei partiti, tutti, e della finanza. Richiamando la
partecipazione e non la delega della rappresentanza partitica e sindacale. E
dove la politica, ultimo ma non meno importante, deve tornare a essere un
"servizio" e non una professione su cui lucrare. Anche solo rispetto
a
passate proposte della sedicente sinistra radicale c'è una differenza
essenziale essendo quella sinistra rotta a priori alle alleanze
"compatibili".
Si può discutere del programma di Grillo, e va fatto, lo si può
plausibilmente ritenere confuso, se non contraddittorio per obiettivi,
strumenti e prospettive. Ma è indubbio che la mobilitazione grillina è l'unica
vera novità di queste spente elezioni, che essa raccoglie a suo modo istanze
radicali di insoddisfazione che si agitano nel profondo trasversalmente ai
diversi strati sociali, a partire da un ceto medio "cognitario" a
rischio
passando per la piccola imprenditoria fino agli strati proletari. Insomma,
il grillismo porta avanti un discorso di riforma del sistema -un mercato più
equo (sic!) che offra davvero opportunità a tutti, una politica effettivamente
democratica- che la sinistra istituzionale, più o meno moderata, ha nei
fatti completamente lasciato cadere. Ne sa qualcosa il movimento NoTav.
Molte di queste istanze non sono estranee al sentire profondo e comune del
movimento. Basta pensare al tema dei beni comuni o delle competenze. Il
NoTav però -elemento essenziale- le ha sapute agire, a più riprese e in
condizioni non facili, giocando la propria legittimità contro la
"legalità"
dello stato, costruendo legami cooperativi quali solo una lotta vera sa
stabilire. Che è poi anche stato il vero rimedio alle scottature nelle
relazioni con quei "politici" che al movimento si siano
strumentalmente
avvicinati. Anche l'esigenza di un esplicito passaggio a scala nazionale è
ben presente almeno dalla battaglia del tre luglio a Chiomonte: contrastare
sul campo, con l'azione diretta, ogni avanzamento del cantiere e al tempo
stesso rompere l'isolamento della valle, allargare la questione grandi opere
al nodo debito, lavoro, crisi globale.
Con questo non si vuole affatto cauzionare in qualche modo Grillo, tanto
meno la dinamica futura del suo movimento. Fin d'ora si può guardare al caso
Parma per esser certi che limitandosi alla stretta sfera istituzionale e
alla prassi legalitaria nessun obiettivo significativo potrà essere
raggiunto. O non è vero che Pizzarotti, ma sarebbe lo stesso per il miglior
grillino al "governo", non può far altro che adeguarsi al giudizio
delle
agenzie di rating sulle finanze locali e chinarsi davanti allo spauracchio
delle penali per l'eventuale blocco di grandi opere (inceneritore)?
Con l'ingresso in parlamento di una nutrita truppa, altri nodi cruciali si
porranno subito. Non solo e non tanto la presenza probabile degli
"scilipoti" insinuatisi nelle liste. Soprattutto, la rotta da tenere:
assistere, e lucrare, al suicidio garantito di Pd-Sel autoconsegnatisi a
Monti, o seguire la linea di "pragmatici accordi" col centro-sinistra
(come
già qualcuno alla Lerner consiglia) salvo poi essere risucchiati e pagarla
cara sull'essenziale?
È questo solo uno dei risvolti di una più generale dinamica
sociale-elettorale sottesa al successo del grillismo. Che sta facendo da
cerniera tra i rassegnati-impauriti e i rancorosi. Tra i primi, la base
elettorale del Pd e in genere chi voterà con lo spauracchio "Grecia"
come
retropensiero -il vero slogan della campagna Monti- sperano che la sponda
"progressista" del futuro governo con il professore come azionista di
maggioranza possa almeno rendere un minimo più "equi" gli ulteriori
sacrifici in vista. Tra i secondi, quella parte dei ceti medi che, seppur
privata del "sogno" berlusconiano o leghista, non vuole cedere nulla
di
quanto accumulato scaricando sugli altri settori tutti i costi della crisi.
Il grillismo si muove a scorrimento raccogliendo, e riattivizzando, tra i
delusi di entrambi gli schieramenti. Ma, come raccoglie, allo stesso modo può
facilmente cadere sul terreno scivoloso dell'"inevitabile" ridimensionamento
delle aspettative degli uni, o su
quello del rancore nazionalistico (antitedesco?)
degli altri.
Il nodo di fondo resta uno: senza un'effettiva e ampia mobilitazione sociale,
che sappia rompere gli "schemi", non sarà possibile portare avanti
neanche un
"programma minimo". Ma un grillismo che si fermi su questa soglia
avrà
portato acqua al mulino altrui, sui due versanti che si diceva.
Sarà l'evolversi della crisi e delle lotte a definire e determinare le
diverse opzioni. A chi ha a cuore il movimento NoTav, ma più in generale una
prospettiva di società diversa, grillino o non grillino, preme una cosa: non
disperdere le energie, quelle delle lotte e su un diverso piano quelle che
di volta in volta si ravvivano in questo o quel "contenitore". Ma
abbiamo
anche imparato che il conflitto nell'indisponibilità alle mediazioni se non
è tutto, è sempre e comunque la premessa senza la quale tutto il resto si
dissolve come neve al sole. E a volte anche in fretta.
La rivincita della piazza nell´era dei social network
di
GIANCARLO BOSETTI
Malgrado lo sviluppo dei nuovi
mezzi di comunicazione il contatto diretto
con i cittadini rimane sempre decisivo per le campagne elettorali, dagli
Stati Uniti all´Italia. Rimane un fatto indiscutibile: il leader deve andare
di persona nei luoghi dove vuole prendere voti. Una strategia adeguata non
si cura solo del messaggio ma studia anche la carta geografica
I comizi contano, eccome, nella vita politica. Ben fatti, segnano punti in
quella complicata effervescenza a tanti livelli che è il formarsi di un
giudizio nell´opinione pubblica e di una decisione di voto nella mente degli
individui. La sinistra ha storicamente imparato a sue spese che nel ´48 dopo
le "piazze piene" ci furono le "urne vuote", ma quella
frase, attribuita al
segretario socialista Pietro Nenni e condivisa, retrospettivamente, anche
nel Pci di Giancarlo Pajetta, più che un teorema era una giusta
recriminazione dopo la sconfitta del Fronte popolare. Le grandi
manifestazioni avevano riscaldato i cuori dei militanti e fatto dimenticare
(e forse spaventato) milioni di silenziosi tinelli di diverso parere. Ma non
vale certo il contrario: piazze vuote per riempire le urne? Riunire tanti
elettori davanti a un podio serve e così continuerà nei secoli a venire.
L´idea che, prima, la tv e, poi, Internet e i digital media avrebbero
sostituito i comizi è figlia delle proiezioni totalizzanti che sempre
accompagnano, sbagliando, le novità tecnologiche: il motore a vapore sulle
navi che avrebbe cancellato le vele, la televisione che avrebbe preso il
posto della radio. Eppure ci sono oggi più radio in circolazione che
cinquant´anni fa e più vele in mare che in tutti i secoli passati. Le cose
cambiano, le funzioni si specializzano, ma la comunicazione diretta, faccia
a faccia, di un leader politico che convoca i cittadini in carne e ossa, ha
tutta l´aria di sopravvivere a twitter, e persino di avvantaggiarsene.
Scomparirà forse il piccolo comizio di quartiere, insieme al funzionario di
partito che lo faceva, davanti a qualche decina di persone, salvo che non
tornino i tempi eroici raccontati da Miriam Mafai, quando si parlava anche
davanti a tante persiane chiuse.
La presenza fisica è una testimonianza, un incomodo che pesa e si ricorda.
Ed è un fatto indiscutibile che il politico nei luoghi dove vuole prendere
voti ci deve andare; non basta che si mostri in tv e sui manifesti. La
campagna di Grillo, rifiutando la televisione, ha accentuato la
contrapposizione: eccoci qui in piazza con voi elettori e non in video come
«tutti loro». Con una sola mossa il politico showman si sottrae a un
confronto di dettaglio sul da farsi dopo il voto, e valorizza la sua
diversità. Il confronto sui numeri cattura così l´attenzione più che in
passato, quando a una sinistra con una vocazione per i comizi, si
contrapponeva il Cavaliere delle "convenscion" e dei fondali azzurri,
in
teatro; mentre la Lega a Pontida faceva partita a sé, sui prati.
Il politico ci deve mettere il suo corpo e la sua voce dal vivo. Obama nel
2008 riuscì a vincere la sua battaglia più risicata, quella contro Hillary
Clinton nelle primarie, concentrando le sue forze sullo Iowa. E certo
andandoci a fare comizi, perché scegliere la posizione in battaglia,
dall´Iowa all´Ohio dalla Sicilia alla Lombardia è più di metà della
strategia: dove investire le risorse umane, dove spendere il tempo limitato
del leader. Una buona regia si dedica non solo a tenere "allineato"
il
messaggio e a evitare sbandamenti fuori cornice - ha spiegato David Plouffe,
pilota delle campagne del presidente americano - ma soprattutto a studiare
la carta geografica delle elezioni: dove portare il candidato a parlare,
negli stadi, nelle piazzette e anche in luoghi più raccolti sopra una panca
di legno: a volte ottantamila persone, a volte poche centinaia, ma decisive.
La campagna elettorale non si guida da una consolle elettronica insieme a
qualche spin-doctor, bisogna anche consumare suole di scarpe. E la vittoria
avanza sulle gambe di migliaia di volontari. «Non c´è per un messaggio un
corriere più efficace di coloro che ci credono e che l´hanno autenticamente
abbracciato» (The Audacity to Win, Viking 2009).
E qui è chiara la funzione dei comizi. L´elettore non è un individuo isolato
esposto alla comunicazione che piove dai media, vecchi e nuovi, è sempre
qualcuno che sta in rapporto con altri, in famiglia, al mercato, dal
parrucchiere, è qualcuno che dialoga con amici presenti e anche mentalmente
con gli assenti, vivi e persino con i morti, nella sua memoria. La
mobilitazione politica agisce dal centro di comando di un partito per cerchi
concentrici, dall´area dei militanti e attivisti più continui ai volontari
occasionali, ai simpatizzanti, agli elettori moderatamente orientati in
favore, fino al mare vasto degli indecisi.
Le analisi di Paul Felix Lazarsfeld, già dagli anni Cinquanta, hanno
dimostrato come la formazione dell´opinione non avviene per somministrazione
di massa di nutrimenti politici con la propaganda: la chimica politica è più
complicata di una endovenosa, ciascun elettore subisce una varietà di
influenze e altre ne esercita. Ci sono diversi gradini in questo flusso: le
persone sono diverse per il loro grado di "competenza civica" e
diverse
anche nel desiderio e nella capacità di partecipare alla vita pubblica. I
digital media hanno reso queste interazioni molto più intense, hanno
moltiplicato le conversazioni ed esteso la portata della voce di ciascuno.
Ma in questo ambiente a molti livelli, l´incontro fisico e di massa, nelle
manifestazioni di piazza, rappresenta una scossa che rimescola i giochi, ha
un potere di autoconferma, di rinforzo, di motivazione che conferisce
maggiore energia ai militanti nell´esercitare influenza sui cerchi più
larghi. È vero che la democrazia postmoderna tende a trasformare gli
elettori in audience, in pubblico su cui lavora il marketing politico,
dominato largamente dalla tv (e chi lo nega in Italia si rende ridicolo e va
guardato con sospetto), ma la trasformazione ha dei limiti obiettivi: la
interazione diretta e reale sul suolo pubblico si prende le sue rivincite.